October 18, 2026
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C’è qualcosa di quasi bello nel modo in cui Maurizio Sarri lascia un club calcistico. Niente lacrime.

Nessun gesto trionfale con le sciarpe. Solo il lento e deliberato gesto di gettare un mozzicone di sigaretta sul marciapiede, un sospiro che potrebbe alimentare una piccola turbina e la silenziosa chiusura di una porta che era già penzolante dai cardini.

Il 27 maggio 2026, Sarri fece ciò che tutti a Roma si aspettavano da mesi: rescisse il contratto con la Lazio. Il comunicato ufficiale del club – un cortese “Grazie di tutto, Comandante” – risuonò come il tonfo sordo di un ramoscello d’ulivo avvelenato. Nel giro di poche ore, il tecnico incallito fumatore veniva accostato all’Atalanta. Non il Napoli, non un ritorno in Premier League, non una lucrosa tomba in Arabia Saudita. L’Atalanta.

Perché, ovviamente. Perché nel calcio italiano niente ha senso se non ti fa venire voglia di bere.

L’incidente al rallentatore che è stata la stagione della Lazio
Facciamo un passo indietro. Quando Sarri tornò alla Lazio per la sua seconda esperienza, le aspettative erano modeste: stabilità, una corsa in Europa League, magari una Coppa Italia per ricordare a tutti che non aveva dimenticato come si allena dopo la disastrosa parentesi alla Juventus. Quello che ottenne, invece, fu una lezione magistrale di disfunzione istituzionale.

La Lazio concluse la stagione 2025-26 al 9° posto. Nono. Per un club che un tempo annoverava tra le sue fila giocatori del calibro di Nesta, Verón e Immobile, nel suo periodo migliore, non fu un’anomalia. Fu una dichiarazione di resa. La squadra segnò appena 41 gol in 38 partite. Riflettete un attimo su questo dato. Sarri, il sommo sacerdote del gioco verticale e della fluidità offensiva, vide i suoi giocatori faticare a trovare la rete in media una sola volta a partita. Ci furono domeniche in cui l’erba dello Stadio Olimpico sembrava più verde delle occasioni create dai suoi attaccanti.

La sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter fu la ciliegina sulla torta di una stagione già di per sé deludente. Nessun trofeo. Nessuna rivincita europea. Solo la silenziosa umiliazione di un allenatore i cui metodi avevano – improvvisamente, brutalmente – smesso di funzionare.

Ma i risultati erano solo metà della storia. L’altra metà erano i tifosi. O meglio, la loro assenza.

Il boicottaggio: quando i tuoi stessi tifosi preferiscono restare a casa
È qui che la satira si scrive da sé. Gli ultras della Lazio, un gruppo notoriamente fedele (e notoriamente terrificante), hanno deciso in questa stagione che l’unico modo per protestare contro il presidente Claudio Lotito era non presentarsi allo stadio. Curva vuota. Tribune silenziose. L’eco inquietante di un portiere che urla al suo terzino in uno stadio costruito per 70.000 persone.

Immaginate di essere Maurizio Sarri. Avete 67 anni. Vi fanno male le ginocchia. Avete trascorso quarant’anni a scalare la gerarchia degli allenatori, dall’ottava divisione italiana alla Champions League. E ora ti ritrovi a bordo campo, cercando di motivare i tuoi giocatori milionari a spingere più in alto, mentre gli unici suoni sono un gabbiano annoiato e un raccattapalle solitario che fischietta “Bella Ciao”.

Questa era la Lazio nel 2026.

Il boicottaggio era rivolto a Lotito, non a Sarri. Ma quando una tifoseria decide collettivamente che guardare la propria squadra è il peggior modo di impiegare un pomeriggio, l’allenatore si fa carico di questa situazione. Sarri si è trovato nell’impossibile posizione di allenare un club i cui tifosi erano in aperta rivolta contro la proprietà, e la proprietà, nel classico stile di Lotito, ha risposto non facendo assolutamente nulla se non contare le monete.

Lo Speciale Lotito: Come alienarsi tutti in tre semplici passi
Se si vuole scrivere la storia del declino della Lazio, bisogna dedicare un capitolo a Claudio Lotito. Il presidente è un uomo che una volta, in un episodio diventato famoso, accompagnò personalmente il capitano Stefano Mauri all’allenamento perché non si fidava dei giocatori con un pullman della squadra. Il suo stile di gestione è un mix di paranoia, frugalità e la sincera convinzione di essere la persona più intelligente in qualsiasi stanza.

In questa stagione, Lotito si è superato.

Blocco del mercato? Ignorato. Le restrizioni finanziarie del club, a quanto pare derivanti da precedenti accordi extragiudiziali, hanno lasciato Sarri con una rosa ridotta all’osso.

Qualità dei giocatori? Sarri si è lamentato pubblicamente. Lotito, a quanto pare, l’ha presa sul personale. Due uomini, entrambi testardi, entrambi convinti della propria ragione, intrappolati in una lenta danza verso la reciproca distruzione.

I tifosi? Già spariti. Lotito è riuscito a unire i tifosi della Lazio nell’odio nei suoi confronti, un vero e proprio risultato, considerando quanto raramente la Curva Nord sia d’accordo su qualcosa.

Ad aprile, era finita. Lo sapevano tutti. Lo sapevano i giocatori. Lo sapevano persino i custodi del centro sportivo di Formello. Sarri stava allenando la squadra, fumando una sigaretta dopo l’altra durante gli allenamenti, e mentalmente stava già preparando le valigie.

La via di fuga dell’Atalanta: entra in scena Giuntoli, da destra.
Perché proprio l’Atalanta? Perché non il Napoli, dove il figliol prodigo sarebbe stato riaccolto a braccia aperte e gli sarebbe stata eretta una statua già a colazione?

Perché l’Atalanta ha qualcosa che alla Lazio manca da anni: la competenza.

E perché l’Atalanta ha Cristiano Giuntoli.

Il ricongiungimento tra Sarri e il suo ex direttore sportivo del Napoli è quel tipo di storia d’amore calcistica di cui non sapevamo di aver bisogno. Giuntoli, ora a capo del club di Bergamo, è l’uomo che ha costruito le squadre che hanno spinto la Juventus al limite. Conosce le ossessioni di Sarri: gli schemi geometrici, il pressing incessante, la necessità di un regista capace di distribuire passaggi a raffica. Insieme al Napoli, sono stati brillanti. Separati, hanno vagato senza meta.

Ora sono tornati. E l’ironia è deliziosa: l’Atalanta, un club costruito sulla responsabilità finanziaria e sulla cessione dei suoi migliori giocatori ogni estate, sta per ingaggiare un perfezionista sessantasettenne che pretenderà immediatamente tre nuovi centrocampisti e un terzino sinistro capace di invertire la marcia.

Rafael Palladino, l’uomo che Sarri sta sostituendo, ha concluso il campionato con l’Atalanta al 7° posto, sufficiente per la qualificazione alla Conference League. Un risultato oggettivamente migliore del 9° posto della Lazio. Ma a Sarri non importa “meglio”. Ci tiene al suo modo di fare. E Giuntoli gli sta dando le chiavi.

La battuta finale su Gattuso
Nessun pezzo satirico sulla Lazio sarebbe completo senza la battuta finale. Ed eccola qui: il sostituto di Sarri alla Lazio è Gennaro Gattuso.

Sì. Proprio lui, Gattuso. L’incarnazione umana della rabbia controllata. L’uomo che una volta ha inseguito un arbitro nel tunnel, che ha chiesto a un giornalista “Vuoi uscire?”, che allena come se stesse cercando di vincere una rissa da bar.

La Lazio ha licenziato l’intellettuale incallito fumatore e ha assunto il pitbull ringhiante. È una mossa così perfetta per la Lazio che quasi bisogna ammirarla. Giuntoli ha guardato gli spalti vuoti, i 41 gol, la stagnazione tattica e ha pensato: “Sai cosa ci vuole? Più urla”.

Gattuso, a suo merito, è disoccupato da quando si è dimesso dalla Nazionale italiana dopo la catastrofica sconfitta ai playoff per i Mondiali. È disperato. La Lazio è disperata. È un matrimonio infernale, e la Serie A ne trarrà beneficio assistendo alla sua distruzione.

L’ultima sigaretta
Maurizio Sarri compirà 68 anni durante la stagione 2026-27. Ha vinto uno scudetto (con la Juventus, una squadra che odiava palesemente), un’Europa League (con il Chelsea, dove è rimasto una sola stagione) e l’eterna devozione dei tifosi del Napoli, che ancora oggi cantano il suo nome. È troppo vecchio per questo. È troppo scontroso per questo. Di certo fuma troppo per questo.

Ma andrà comunque a Bergamo. In una squadra con uno stadio mai del tutto finito. In una città più famosa per i suoi panorami collinari che per la sua ossessione calcistica. Per lavorare con l’unico direttore sportivo che lo abbia mai veramente capito.

E la Lazio? La Lazio avrà Gattuso che urla a bordo campo, la Curva vuota e Claudio Lotito che conta i suoi risparmi. Da qualche parte, Sarri accenderà una sigaretta, espirerà lentamente e, per la prima volta da mesi, quasi sorriderà.

Ciao, Comandante.

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