MILANO – L'”Era Cristian Chivu” si è costruita su una promessa di ferrea disciplina e grinta da triplete. Ieri sera, sotto la pioggia gelida di San Siro, quella promessa si è infranta in mille pezzi, insieme all’aura invincibile dell’Inter. Il crollo per 2-1 contro l’Atlético Madrid non è stata solo una sconfitta; è stata la prima ferita aperta di un regno sull’orlo del baratro, che ha messo a nudo una ribellione nello spogliatoio e un allenatore la cui testardaggine tattica potrebbe essere costata loro tutto.
Per 79 minuti, è stata una bugia. Una bugia bellissima e convincente. Il gol di Marko Arnautović ha mascherato le crepe. Ma quando è arrivata la pressione, le fondamenta sono crollate e la vera Inter – una squadra che ribolliva di tensione sotto il regime autoritario di Chivu – è stata esposta agli occhi di tutto il mondo.
La sostituzione che ha scatenato una guerra civile
Il momento critico? Il 78° minuto.
Con l’Inter in vantaggio per 1-0 e l’Atlético che schierava attaccanti disperati, Cristian Chivu ha fatto la sua mossa. Ma non per rinforzare il centrocampo. Era per mandare in campo un centrocampista difensivo al posto dell’esausto, ma decisivo, Hakan Çalhanoğlu. L’ordine dalla panchina era chiaro: ritirarsi. Abbandonare l’iniziativa.
È stata una decisione che gridava paura, un tradimento della filosofia offensiva che ha reso grande questa squadra. E i giocatori l’hanno percepita.
“È stata una mossa dettata dal panico”, ha sbottato una fonte interna allo spogliatoio, parlando in condizione di anonimato per timore di ritorsioni. “I giocatori in campo guardavano la panchina increduli. Lo sapevano. Sapevano che stavamo invitando uno tsunami. Chivu voleva essere l’eroe che ha difeso Simeone, e ha sprecato la vittoria per dimostrare una cosa. Ci sono giocatori in quello spogliatoio che hanno completamente perso la fiducia.”
Mentre Antoine Griezmann e poi Memphis Depay (una sostituzione di Chivu che in realtà ha funzionato per Simeone) mandavano in frantumi il loro gol, le telecamere hanno immortalato Nicolò Barella urlare nel vuoto, il suo volto una maschera di pura rabbia. Non era frustrazione per un gol subito; era la reazione viscerale di un soldato il cui generale li aveva appena condotti in un’imboscata.
La protesta silenziosa di Lautaro: un capitano alla deriva?
E dov’era il capitano, Lautaro Martínez? L’uomo che Chivu aveva consacrato come suo leader in campo era un fantasma. Mentre Arnautović lottava, Lautaro si perdeva, una figura periferica in una partita che richiedeva il suo cuore. Si sussurra sempre più che “El Toro” stia lottando sotto l’intensa e incessante pressione dello stile di gestione del suo allenatore, basato sul “o a modo mio o a modo mio”. La sua prestazione è forse una protesta silenziosa? Un capitano che non crede nel piano del comandante non è affatto un capitano.
Il “Progetto Chivu” smascherato
Questa sconfitta è un fallimento catastrofico per il “Progetto Chivu”. Era stato ingaggiato per riportare la “grinta nerazzurra”, per essere l’erede di un certo pragmatismo portoghese. Ma ieri sera è stato superato in termini di pensiero, lotta e manovra da un vero maestro delle arti oscure, Diego Simeone.
La narrazione è ora tossica: Chivu, la leggenda del club, rischia di diventare la rovina del club. La sua rigidità tattica, la sua discutibile gestione in partita e ora la presunta perdita dello spogliatoio: questa è una crisi che una semplice sessione di allenamento non può risolvere.
La strada per Madrid è ora una missione impossibile. Ma la vera battaglia non è in Spagna. È al campo di allenamento della Pinetina. È in uno spogliatoio dove la fiducia è evaporata. Cristian Chivu ha promesso un impero d’acciaio. Ha consegnato una polveriera. La miccia è accesa. Quanto ci vorrà prima che esploda?

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